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::: STUDI ACRENSI I   (1980-1983)

Luigi Bernabò Brea - Francesco D'Angelo
Il tempio di Afrodite nell'antica Akrai

 

 
 

Da un’antica iscrizione (1) trovata da Gabriele Iudica nel corso degli scavi da lui effettuati sull’Acremonte, al principio del secolo scorso, sappiamo che nell’antica Akrai esistevano tre templi: l’Aphrodision, l’Artemision e il Koreion, tre templi cioè dedicati tutti a divinità femminili: Afrodite, Artemide e Kore-Persefone. L’iscrizione che li ricorda è una specie di catasto, un elenco di them(elia) e cioè di aree la cui posizione è indicata in rapporto a monumenti o a elementi caratteristici della topografia urbana.

Di questi tre templi è evidente che l’Aphrodision doveva essere il più importante. Afrodite era infatti la principale divinità cittadina. Numerose iscrizioni ci rivelano che il suo sacerdote era il magistrato eponimo, cioè quello che dava il nome all’anno (2).

Si trattava, evidentemente, di una carica elettiva, annuale, rivestita dai cittadini di maggiore prestigio, e non di una professione religiosa vitalizia.

Il calendario era allora rappresentato dalla lunga serie di nomi di coloro che si erano succeduti in questa carica onorifica, nomi che venivano regolarmente aggiunti, anno per anno, all’elenco inciso sulla parete di uno dei principali edifici pubblici, forse dello stesso tempio di Afrodite.

È logico pensare che il tempio di Afrodite fosse in una posizione elevata, dominante il centro della vita cittadina.

E d’altronde che il tempio di Afrodite fosse in posizione elevata sembra potersi dedurre anche dalla già ricordata iscrizione, perché i them(elia) indicati in rapporto ad esso sono tutti collocati al di sotto. Invece i numerosi themelia in rapporto col Koreion sono ora « al di sopra », ora « al di sotto », ora « vicino » ad esso. Il che farebbe pensare che esso si trovasse in un pendio.

Probabilmente era sulla via che portava ai campi e alla necropoli. Kore-Persefone è infatti intimamente collegata a sua madre Demetra, la dea delle messi, ma è la sposa di Hades, il dio degli Inferi.

Della posizione dell’Artemision non abbiamo invece alcun indizio.

I resti dell’Aphrodision sono stati ritrovati nel 1953, là dove si poteva attenderli e cioè sul punto più elevato dell’Acremonte, a pochi metri dal punto trigonometrico della quota 770 sul dosso che incombe sulle latomie urbane, sul teatro e sull’agorà. Sono venuti in luce nel corso di un complesso di lavori finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno con cui la Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Orientale, che io allora reggevo, provvide alla conservazione, al restauro, alla migliore sistemazione del complesso dei monumenti di Akrai e, subordinatamente, a nuovi scavi intesi soprattutto a definire le linee essenziali dell’impianto urbano dell’antica città, di cui ancora pochissimo si conosceva. E queste esplorazioni hanno avuto inizio proprio da quella zona più elevata, protesa verso il lato orientale dell’Acremonte, che si poteva in certo qual modo considerare come l’acropolo di Akrai, almeno dal punto di vista sacrale.

Non potendo dirigere personalmente gli scavi a causa dei pesanti impegni burocratici che mi imponeva la Soprintendenza, li affidai ad una giovane collaboratrice, la Dott.ssa Clelia Laviosa.

Tracciata un’ampia quadrettatura della zona prescelta iniziammo una serie di sondaggi che dopo solo pochi giorni portarono alla scoperta del tempio. Naturalmente il lavoro successivo si concentrò tutto su di esso, e fra il 20 luglio e il 18 agosto ciò che ne rimaneva fu messo completamente in luce.

Gli scavi purtroppo dovettero allora limitarsi alla sola area del tempio vero e proprio. Chiamata ad altri incarichi la Dott.ssa Laviosa, non fu possibile estenderli all’intorno, a ciò che costituiva il recinto sacro (il témenos) nel quale il tempio si trovava.

Questa estensione dello scavo appariva fin da allora non solo opportuna ma necessaria per una più completa conoscenza del tempio della cui architettura molti elementi avrebbero potuto essere sparsi all’intorno a seguito della sua distruzione. Ma non fu allora possibile realizzarla per mancanza di personale a livello scientifico.

È stato proprio a causa della coscienza dell’incompletezza dello scavo e del desiderio di riprenderlo per acquisire nuovi dati che fino ad oggi non mi sono deciso a pubblicare i resti messi in luce.

 

NOTE

(1) G. Iudica, Le antichità di Acre, scoperte descritte e illustrate, Messina 1819. tav. V; Corpus Inscriptionum Graecarum, III, ed. J. Franz, Berlino, 1853, n. 5430; Inscriptiones Graecae, XIV, Iscr. Gr. Siciliae et Italiae, ed. G. Kaibel, Berlino, 1890, n. 217; V. Arangio Ruiz e A. Olivieri, Inscriptiones Graecae et Infimae Italiane ad jus pertinentes, Milano 1925; V. Sicca, Grammatica delle iscrizioni doriche della Sicilia, Arpino, 1924; G. Pugliese Carratelli, Silloge delle epigrafi acrensi, suppl. a L. Bernabò-Brea, Akrai, Catania 1956, p. 152, n. 2.

Cfr. L. Bernabò Brea, ivi, pp. 177-179.

Sull’iscrizione ricorre costantemente il termine abbreviato υεμ che il Kaibel proponeva di reintegrare in υεμ(α). Più probabile la reintegrazione in υεμ(έλιου) accolta dal Pugliese Carratelli per la quale cfr. Arangio-Ruiz e Olivieri, pp. 86 sgg.

 (2) G. Pugliese Carratelli, Silloge, cit., nn. 5, 6, 7, 8, 9, 10; Id., Sul culto di Anna e delle Paides in Akre, in « La Parola del Passato », VI, 1951, pp. 68-75, tav. XXXVI.

 

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