|
Da un’antica iscrizione (1)
trovata da Gabriele Iudica nel corso degli scavi da lui
effettuati sull’Acremonte, al principio del secolo scorso,
sappiamo che nell’antica Akrai esistevano tre templi: l’Aphrodision,
l’Artemision e il Koreion, tre templi cioè dedicati tutti a
divinità femminili: Afrodite, Artemide e Kore-Persefone.
L’iscrizione che li ricorda è una specie di catasto, un elenco
di them(elia) e cioè di aree la cui posizione è
indicata in rapporto a monumenti o a elementi caratteristici
della topografia urbana.
Di questi tre templi è evidente che l’Aphrodision doveva essere
il più importante. Afrodite era infatti la principale divinità
cittadina. Numerose iscrizioni ci rivelano che il suo sacerdote
era il magistrato eponimo, cioè quello che dava il nome all’anno
(2).
Si trattava, evidentemente, di una carica elettiva, annuale,
rivestita dai cittadini di maggiore prestigio, e non di una
professione religiosa vitalizia.
Il calendario era allora rappresentato dalla lunga serie di nomi
di coloro che si erano succeduti in questa carica onorifica,
nomi che venivano regolarmente aggiunti, anno per anno,
all’elenco inciso sulla parete di uno dei principali edifici
pubblici, forse dello stesso tempio di Afrodite.
È logico pensare che il tempio di Afrodite fosse in una
posizione elevata, dominante il centro della vita cittadina.
E d’altronde che il tempio di Afrodite fosse in posizione
elevata sembra potersi dedurre anche dalla già ricordata
iscrizione, perché i them(elia) indicati in
rapporto ad esso sono tutti collocati al di sotto. Invece i
numerosi themelia in rapporto col Koreion sono ora « al
di sopra », ora « al di sotto », ora « vicino » ad esso. Il che
farebbe pensare che esso si trovasse in un pendio.
Probabilmente era sulla via che portava ai campi e alla
necropoli. Kore-Persefone è infatti intimamente collegata a sua
madre Demetra, la dea delle messi, ma è la sposa di Hades, il
dio degli Inferi.
Della posizione dell’Artemision non abbiamo invece alcun
indizio.
I resti dell’Aphrodision sono stati ritrovati nel 1953, là dove
si poteva attenderli e cioè sul punto più elevato dell’Acremonte,
a pochi metri dal punto trigonometrico della quota 770 sul dosso
che incombe sulle latomie urbane, sul teatro e sull’agorà. Sono
venuti in luce nel corso di un complesso di lavori finanziato
dalla Cassa per il Mezzogiorno con cui la Soprintendenza alle
Antichità della Sicilia Orientale, che io allora reggevo,
provvide alla conservazione, al restauro, alla migliore
sistemazione del complesso dei monumenti di Akrai e,
subordinatamente, a nuovi scavi intesi soprattutto a definire le
linee essenziali dell’impianto urbano dell’antica città, di cui
ancora pochissimo si conosceva. E queste esplorazioni hanno
avuto inizio proprio da quella zona più elevata, protesa verso
il lato orientale dell’Acremonte, che si poteva in certo qual
modo considerare come l’acropolo di Akrai, almeno dal punto di
vista sacrale.
Non potendo dirigere personalmente gli scavi a causa dei pesanti
impegni burocratici che mi imponeva la Soprintendenza, li
affidai ad una giovane collaboratrice, la Dott.ssa Clelia
Laviosa.
Tracciata un’ampia quadrettatura della zona prescelta iniziammo
una serie di sondaggi che dopo solo pochi giorni portarono alla
scoperta del tempio. Naturalmente il lavoro successivo si
concentrò tutto su di esso, e fra il 20 luglio e il 18 agosto
ciò che ne rimaneva fu messo completamente in luce.
Gli scavi purtroppo dovettero allora limitarsi alla sola area
del tempio vero e proprio. Chiamata ad altri incarichi la
Dott.ssa Laviosa, non fu possibile estenderli all’intorno, a ciò
che costituiva il recinto sacro (il témenos) nel quale il
tempio si trovava.
Questa estensione dello scavo appariva fin da allora non solo
opportuna ma necessaria per una più completa conoscenza del
tempio della cui architettura molti elementi avrebbero potuto
essere sparsi all’intorno a seguito della sua distruzione. Ma
non fu allora possibile realizzarla per mancanza di personale a
livello scientifico.
È stato proprio a causa della coscienza dell’incompletezza dello
scavo e del desiderio di riprenderlo per acquisire nuovi dati
che fino ad oggi non mi sono deciso a pubblicare i resti messi
in luce.
NOTE
(1) G. Iudica,
Le antichità di Acre, scoperte descritte e illustrate,
Messina 1819. tav. V; Corpus Inscriptionum
Graecarum, III, ed. J. Franz, Berlino, 1853, n. 5430;
Inscriptiones Graecae, XIV, Iscr. Gr. Siciliae et Italiae,
ed. G. Kaibel, Berlino, 1890, n. 217; V. Arangio
Ruiz e A. Olivieri,
Inscriptiones Graecae et Infimae Italiane ad jus pertinentes,
Milano 1925; V. Sicca, Grammatica delle iscrizioni doriche
della Sicilia, Arpino, 1924; G. Pugliese
Carratelli,
Silloge delle epigrafi acrensi, suppl. a L. Bernabò-Brea,
Akrai, Catania 1956, p. 152, n. 2.
Cfr. L. Bernabò
Brea, ivi,
pp. 177-179.
Sull’iscrizione ricorre costantemente il termine
abbreviato υεμ che il Kaibel proponeva di reintegrare in υεμ(α).
Più probabile la reintegrazione in υεμ(έλιου) accolta dal
Pugliese Carratelli per la quale cfr. Arangio-Ruiz
e Olivieri, pp. 86
sgg.
(2) G. Pugliese
Carratelli,
Silloge, cit., nn. 5, 6, 7, 8, 9, 10; Id., Sul culto di Anna e delle Paides in Akre, in « La
Parola del Passato », VI, 1951, pp. 68-75, tav. XXXVI.
|